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Ohhh...come il mio vivere tralasciato e navigato mi addolora, mentre ride il mio amore abbandonato ad un’altro in una stagione fra inverno e primavera Mi confondo e ripercuoto dubbi assalenti abbrancati in schiere di sciacalli africani sento la mia pelle sbranarsi e tessuti lacerarsi, solamente una nuova altra ferita sanguinea ma mai fatale al punto che permane la ormai prolungata insania Questo il supremo di ogni incubo travisante in colori profondi e vivaci, animati dal soffio del vento stanco nell’afa di una metropoli estiva e pannosa in bocca Oramai I gigli aggrediti dagli artigli di una stagione tarda e testarda si slavano disluminati e tristi, l’acqua salata dalle mie lacrime non basta al fiorire delicato non suscita nemmeno la speranza per qualche preoccupata compassione adesso nel giorno in cui una nuvola di stanchezza e pigrizia fermenta furente ovunque Nel cuore una pozione di coraggio ruggisce contro mature incertezze e paure vicine, come un martello picchiato per sottrarre la felice pace ed assordare male Il male nel mio corpo vacillante in brividi frustati e frustranti di qua e da la nella notte nera, quando lo spirito si assopisce prima in sogni poi nelle ossa, nel midollo un male rapito agli elevati cieli col respiro, e cresciuto coi sospiri di gelose scontentezze che condiscono il gia piccante fuoco tenebrante dentro occhi malati e sofferti, oltre agli anni sperduti dentro e fuori della comprensione Un prato verde e verde combatte all’orizzonte con un cielo celeste e bianco ed una casetta gialla dai coppi rossi spunta fra alberi germoglianti, sento grida
un cane abbaia la rugiada nell’erba a mattina un bambino con in braccio un gatto nero una vecchia Mercedes gialla bucata dalla ruggine l’odore del muschio dal bosco il fieno secco infondo al sentiero di campagna il ronzare dei tafani una voce talmente familiare il profumo del rosaio rosso davanti a casa una finestra dentro della quale e cambiato così poco ed un tramonto che illumina quella stanza morta |
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